If you can’t eat, just write.

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mercoledì 5 febbraio 2014

Istantanee Di Vita

La musica riecheggiava nel teatro,
la sinfonia prendeva possesso del suo corpo, la mente libera, il respiro ritmato, gli occhi chiusi per poter sostituire la realtà che la circondava con qualcosa di più adeguato, che avesse le forme giuste, giusti colori.
Ogni senso era impegnato a trarre il massimo piacere da quell’atmosfera, per nulla al mondo avrebbe dovuto spezzare quell’incantesimo.
E invece lo fece: per qualche oscura ragione, aprì gli occhi.
Improvvisamente il destino, come a voler dimostrare la sua indignazione per quella mancanza di riconoscenza, fece sì che lo sguardo della ragazza si posasse forse sull’unico oggetto su cui non doveva proprio poggiarsi: quell’orecchino.
Non un semplice orecchino, ma il suo orecchino.
Il problema, intendiamoci, non era l’orecchino, ma la persona che c’era appiccicata; sì, perché attorno a quel dilatatore c’era la figura del suo migliore amico.
“Migliore amico”, le veniva quasi da ridere per quanto fosse inappropriata e ridicola quell’espressione; da anni erano stati incitati dal buonsenso ad etichettarsi come migliori amici. Niente di più forviante e fuori luogo. Forse non erano nemmeno amici, non al momento comunque: non dopo l’ennesima litigata priva di senso, lo scorso giorno. Una discussione assurda, come assurdo era il loro rapporto: continui alti e bassi, avvicinamenti e allontanamenti, una relazione in stile-montagne russe. Non ricordava più nemmeno quale fosse stata la scintilla di quest’ultima sfuriata, o forse non la conosceva proprio; però conosceva il suo orgoglio: questa volta non avrebbe cercato di sistemare le cose, non avrebbe chiesto scusa per delle parole pronunciate al momento sbagliato in un modo ancora più sbagliato.
Avrebbe invece concentrato tutte le sue forze per ignorare e azzittire la parte di lei che ricordava la sensazione dei capelli del suo “migliore amico” tra le dita, il profumo che metteva per potersi avvicinare a lei, cercando di nascondere l’odore dell’ultima sigaretta , il contatto delle sue labbra sul collo e il brivido che ne scaturiva.
Avrebbe racchiuso ogni suo ricordo e sensazione in un cofanetto, l’avrebbe lasciato qui, al sicuro e lontano …
avrebbe poi ripreso il solito treno che periodicamente la riportava lontano da casa.

Ilaria



domenica 22 settembre 2013

Treno e vita, quasi la stessa cosa

Fare la valigia e partire. Per sé stessi. E un po' anche per gli altri. Ma soprattutto per staccare la spina col proprio mondo per qualche giorno. Il rumore del treno aiuta a distrarsi e le storie che ogni giorno porta su e giù per l'Italia aiutano a non pensare alla propria. Ogni persona incontrata solo per qualche ora ha un bagaglio di attimi e parole che si porta dietro proprio come te. E così ci si sente meno soli, nonostante le poche parole di circostanza scambiate con il proprio vicino: "Deve passare?" "Scusi, mi può aiutare con la valigia?". In quel vagone pieno di persone, dall'uomo d'affari alla famiglia di turisti stranieri, tu sei uno dei tanti che quel giorno ha preso il treno e ha deciso di mescolarsi agli altri, di scambiare qualche parola con volti che non si vedranno mai più. Si può essere chi si vuole sul treno, anche la persona che si tiene più nascosta per paura che sia troppo. Quella che si ritaglia ben cinque ora per leggere un romanzo spettacolare tutto di un fiato con la musica nelle orecchie, che osserva la varietà di vite che ci sono in giro e capisce che la propria è una delle tante e proprio per questo è unica, che raccoglie le proprie cose in una valigia e in una grande borsa grigia e si rende conto che nonostante il peso riesce a portarle su e giù, "by her self". 
Alla fine della corsa scendere un po' diversi rispetto a cinque ore prima quando si aveva paura di perdere il treno. Catapultata in una stazione enorme e frenetica, rumorosa e piena di inizi e addii. Sentirsi un puntino, ma un puntino che ce la fa da solo a cominciare da queste piccole cose. 

Giulia